Forse non ci hai mai pensato, ma i denti da latte non sono solo un ricordo tenero dell’infanzia: sono anche dei veri e propri archivi biologici.
Secondo studi recenti, analizzarli potrebbe aiutare a capire alcuni squilibri chimici legati ai disturbi dello spettro autistico.
Durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita, i denti da latte si formano a strati. Ogni settimana si deposita un nuovo strato, che conserva tracce delle sostanze a cui il bambino (e prima ancora la mamma) è stato esposto.
In pratica, i denti diventano una sorta di diario chimico dei primi mesi di vita.
Gli scienziati hanno scoperto che nei bambini con autismo i denti da latte mostrano spesso:
Non conta solo cosa entra nel corpo, ma anche quando.
Lo studio evidenzia che esposizioni a sostanze tossiche durante momenti molto delicati – come gli ultimi mesi di gravidanza e i primi mesi di vita – sembrano avere un impatto maggiore sul rischio di sviluppare il disturbo.
Addirittura, i livelli di metalli pesanti nei denti a soli 3 mesi di vita si sono dimostrati predittivi della gravità dell’autismo osservata anni dopo.
La ricerca non mette da parte il ruolo della genetica, che resta fondamentale.
Ma mostra che anche i fattori ambientali – se presenti in fasi critiche dello sviluppo – possono avere un’influenza importante.
L’uso dei denti da latte come biomarcatori è una strada promettente: in futuro potrebbe aiutare a individuare precocemente condizioni che aumentano il rischio di autismo.
I denti da latte raccontano molto più di quanto immaginiamo.
Sono piccoli “registratori” che conservano tracce della vita prenatale e dei primi mesi dopo la nascita.
La ricerca sta mostrando che leggere questi “diari chimici” potrebbe aprire nuove prospettive nello studio dell’autismo, combinando genetica e ambiente.
Non si tratta ancora di uno strumento diagnostico, ma di una nuova frontiera scientifica che potrebbe, un giorno, aiutare a capire meglio e prima i meccanismi alla base dello spettro autistico.
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